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Via libera alla stablecoin in euro (Qivalis) di 37 banche europee

Un anno fa, nel post Stablecoin, le banche europee si muovono, raccontavamo di nove banche europee, tra cui UniCredit e Banca Sella, pronte a lanciare insieme una stablecoin in euro. L’idea era rispondere al dominio del dollaro con un token conforme a MiCA, atteso per la seconda metà del 2026.

Oggi quel progetto ha un nome, Qivalis, e una licenza in tasca. Il 14 ottobre la società ha annunciato che De Nederlandsche Bank (DNB), la banca centrale olandese, l’ha autorizzata come istituto di moneta elettronica (comunicato Qivalis). Intanto le banche sono diventate 37, in 15 Paesi.

Il token però non c’è ancora. Vediamo cosa cambia, che rapporto c’è con l’euro digitale e se potranno usarlo anche i risparmiatori.

Qivalis è una società di Amsterdam guidata da Jan-Oliver Sell. Tra i soci ci sono ING, BNP Paribas, BBVA, CaixaBank e DZ Bank. Le italiane sono quattro: alle fondatrici UniCredit e Banca Sella si sono aggiunte Intesa Sanpaolo e BPER Banca (fact sheet Qivalis). La nona banca, che l’anno scorso non avevamo nominato, era l’austriaca Raiffeisen Bank International.

Un istituto di moneta elettronica, o IMEL, è una società autorizzata a emettere moneta elettronica, cioè un credito in euro verso l’emittente. Non è una banca e non raccoglie depositi. Per MiCA solo banche e IMEL possono emettere un e-money token (EMT), la stablecoin legata a una sola valuta ufficiale (MiCA, art. 48).

Per partire manca ancora il white paper, il documento informativo richiesto da MiCA. Qivalis parla di emissione «nei prossimi mesi», senza una data (CoinDesk). Sul suo sito precisa che oggi non emette moneta elettronica e non offre servizi di pagamento al pubblico (Qivalis). Le riserve saranno integrali, un euro per ogni token. A settembre è emerso che si partirà dalla blockchain pubblica di Ethereum, ma i dettagli tecnici non sono ancora ufficiali (Stablecoin Insider).

Le due cose si confondono spesso. L’euro digitale sarebbe moneta pubblica, emessa dalla BCE come le banconote, solo in forma elettronica. Il token di Qivalis è invece moneta privata: un debito di una società vigilata, coperto dalle sue riserve. Le differenze principali:

  • chi lo emette: la BCE nel primo caso, un IMEL privato nel secondo;
  • a cosa serve: l’euro digitale punta ai pagamenti di tutti i giorni, anche offline, con servizi di base gratuiti e un tetto alle somme detenute (Parlamento europeo). Qivalis punta ai regolamenti on-chain, ai pagamenti tra imprese e agli asset tokenizzati;
  • dove gira: Qivalis su blockchain pubbliche, collegabile alla DeFi. L’euro digitale, secondo Sell, con ogni probabilità su un’infrastruttura centralizzata (Payment Expert);
  • quando: Qivalis nei prossimi mesi, l’euro digitale non prima del 2029.

La legge sull’euro digitale infatti è ancora in discussione. Il Consiglio Ue ha fissato la sua posizione a dicembre 2025, il Parlamento a luglio 2026, e ora sono in corso i negoziati finali. Se il testo passerà entro fine anno, la BCE punta a una prima emissione nel 2029, dopo un progetto pilota dalla seconda metà del 2027 (BCE).

Concorrenti o complementari? Sell parla di «livelli diversi dello stesso sistema monetario», con usi diversi (Payment Expert). La BCE è più fredda. A maggio Christine Lagarde si è detta scettica sulle stablecoin in euro (Reuters). Se i risparmi escono dai conti correnti per finire nei token, spiega, le banche prestano meno e la politica monetaria funziona peggio (discorso di Lagarde).

Il rischio, secondo Lagarde, è maggiore quando l’emittente non è una banca. E Qivalis è sì di proprietà delle banche, ma formalmente è un IMEL. Francoforte preferisce i depositi bancari tokenizzati, regolati in moneta di banca centrale con Pontes, il servizio lanciato dall’Eurosistema il 21 settembre (BCE).

In breve: non la comprerete da Qivalis, ma con buona probabilità potrete comprarla. La società seguirà un modello «B2B2X» e non venderà direttamente ai privati. Distribuirà il token tramite banche, exchange, prestatori di servizi di pagamento e gestori di infrastrutture di mercato (comunicato Qivalis). Saranno loro, eventualmente, a portarlo ai clienti finali.

Gli usi annunciati sono soprattutto istituzionali. A marzo, però, Sell ha detto di trattare con exchange e market maker per quotare il token su piattaforme regolamentate fin dal lancio. In futuro, ha aggiunto, anche le banche socie potranno distribuirlo direttamente (Payment Expert). Per ora nessuna delle quattro banche italiane ha annunciato un servizio per i propri clienti (SpazioCrypto).

Chi ne avrà, anche tramite un exchange, sarà tutelato da MiCA. Potrà chiederne il rimborso in qualsiasi momento, al valore nominale e senza commissioni (MiCA, art. 49). In cambio il token non paga interessi, perché MiCA lo vieta (art. 50). Un euro resta un euro: per un rendimento bisogna guardare altrove.

Il motivo principale è il dollaro. Secondo Lagarde le stablecoin valgono oltre 300 miliardi di dollari e quasi il 98% è legato al dollaro. Circa il 90% del mercato è in mano a due soli emittenti, Tether e Circle (discorso di Lagarde). Ne abbiamo parlato nel post su USDT e USDC.

Stablecoin in euro esistono già, come EURC di Circle o EURCV di Société Générale, ma restano piccole. Un token sostenuto da 37 grandi banche potrebbe far fare al settore un salto di scala. C’è anche un interesse economico: secondo Criptovaluta.it, il rendimento delle riserve andrebbe alle banche in proporzione alla loro partecipazione (Criptovaluta.it). «La moneta europea merita regole europee, anche on-chain», ha detto Sell.

Restano però parecchie incognite: quanti lo useranno davvero, su quali exchange arriverà, come reagirà la BCE. Un anno fa raccontavamo un progetto, oggi c’è una licenza. Con il white paper ne sapremo di più, e lo racconteremo qui.

Questo articolo ha scopo informativo e non è consulenza finanziaria.



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