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Cryptovalute e pallone – Tether nel capitale della Juventus

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Cryptovalute e pallone – Tether nel capitale della Juventus

Prima non lo conosceva quasi nessuno. Poi, hanno iniziato a conoscerlo ma a negarsi al telefono. Poi si è comprato un elicottero. Poi se lo sono trovato di fianco in tribuna vip alle partite del Milan e hanno smesso di ignorarlo. Correva l’anno 1986, e il resto, piaccia o no, è storia patria.

Cosa c’entra questo con il Web3? C’entra perché è di pochi giorni fa la notizia che Tether è entrato nel capitale della Juventus FC (con il 5%) ed è disposta ad aumentare la quota .

Beh, qui ci vuole un Abbondiano, Tether chi era costui?  Come Carneade, nessuno o, meglio, pochi, fino ad ora sapevano cos’è e cosa fa Tether.

Presto detto, Tether è una idea geniale. Funziona così: tu mi dai una somma, diciamo 100 dollari, io non ti do niente in cambio, investo i soldi in T-bond del Tesoro USA (l’investimento più sicuro al mondo, per lo meno sino al 20 gennaio scorso). Quando mi chiedi indietro i 100 euro te li do ma mi tengo gli interessi dei T-Bond. Questo meccanismo ha permesso a Tether di fare utili miliardari, in dollari veri, l’anno scorso (e presumibilmente pure quest’anno).

Ovviamente, abbiamo semplificato, non è che non ti do proprio niente, ti do una cryptovaluta (denominata USDT) ancorata al dollaro che, quindi, ha una fluttuazione minima. È una cosiddetta stablecoin, ossia una cryptomoneta stabile, appunto perché fluttua pochissimo attorno alla parità con un dollaro (o euro o altra valuta).

A cosa serve USDT?  Serve a chi fa trading di crypto a parcheggiare valore in una valuta stabile senza dover passare per le forche caudine del sistema bancario, ossia senza convertire Bitcoin in dollaro/euro “normali”. Restando, quindi, nel mondo crypto. O, in altri termini, USDT sono crypto-dollari (ci sono gli equivalenti crypto-euro). Ovviamente, oltre che a parcheggiare valore, possono servire anche ad altre cose, fra cui trasferire denaro velocemente e con basse commissioni. Per questo, le stablecoin sono guardate con diffidenza da molte banche centrali. Le stesse che da anni studiano la tecnologia delle valute digitali senza addivenire a nulla di concreto. A grandi linee, gli americani sono favorevoli perché ridanno comunque centralità al dollaro e, in ultima analisi, piazza T-Bond in giro per il mondo. Gli europei, come sempre, no perché rischiano di aggirare i meccanismi di controllo sui movimenti di capitali. E ovviamente cosa hanno fatto? Ci abbiamo  messo una bella regolamentazione comunitaria, la MiCA (e poi ci stupiamo se si arrabbiano con noi, ma questa è un’altra storia). La MiCA, a cui abbiamo a suo tempo dedicato un post, pone tutta una serie di forti vincoli agli attori (Issuer, Exchange etc.)  che trattano stablecoin.

Quindi, anche se si tratta di una cryptovaluta particolare, una stablecoin appunto, la mossa di Tether porta comunque il settore crypto all’attenzione di un mondo popolare di sua natura più a suo agio nella lettura rosata della Gazzetta dello Sport che non nello sbiadito giallino di Sole24ore e Financial Times. E da cosa può nascere cosa, soprattutto se viene da chi ha una visione di lungo periodo e non si ferma a quanto appare evidente agli altri. Così fece il Cavaliere a suo Tempo. Solo per la cronaca, il CEO di Tether è un italiano, Paolo Ardoino.

Certo che il vero salto quantico sarebbe passare da una semplice partecipazione societaria ad una sponsorizzazione sulle maglie della stessa Juventus, con Tether/USDT  in bella vista al post del tradizionale (per 11 anni) marchio Jeep.

Perché come è successo quasi quaranta anni fa, il calcio è una cassa di risonanza che da una visibilità ed esposizione difficilmente raggiungibile con altri mezzi. Certo che il pensiero non può non andare, almeno per un istante, al parco buoi di cui si discorreva la settimana.

Tether nel capitale della Juventus

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