

Torniamo a parlare di stablecoin
Questa settimana torniamo a parlare delle stablecoin.
Ricordiamo che si tratta, in ipotesi, di crypto stabili, come suggerisce il nome. Questo in quanto legate a valute fiat forti, USD innanzitutto, ma anche EURO, GBP, come pure a metalli preziosi. La logica è quella di avere un rapporto di riserva 1:1 con la valuta di riferimento, ossia di essere pienamente convertibili, se così si può dire, in USD, EURO e GBP etc.
Lo spunto è dato dall’interessante articolo comparso giovedì 5 settembre sul Financial Times e che riportiamo qui sotto.
Vengono affrontati diversi temi, fra cui principalmente quello del tentativo da parte di diverse istituzioni finanziarie e non (ad esempio c’è lo stato Usa del Wyoming) di utilizzare le stablecoin come mezzo di pagamento nel day-by-day o per il trasferimento internazionale di fondi. In questo senso, si era accennato nelle settimane scorse a tentativi da parte della Russia un chiave di aggiramento delle sanzioni e dell’esclusione dal sistema di pagamento internazionale Swift.
Ma un punto ci piace sottolineare: l’interessante meccanismo finanziario alla base delle stablecoin. In pratica, posto che il core del progetto è, come abbiamo detto, la riserva 1:1 con la valuta di riferimento, poniamo il USD, per ogni unità di stablecoin che viene collocata sul mercato l’emittente (es. Tether) riceve un USD vero e spendibile. A quel punto l’USD incassato può essere investito in asset sicuri, tipicamente i T-Bills del governo americano, ed incassare senza sforzo gli interessi (che rimangono all’emittente e non devono essere girati ai possessori di stablecoin). Bel giochetto. Infatti, Tether, che controlla circa il 70% del mercato delle stablecoin macina profitti importanti: 5.2 miliardi di dollari nella prima metà del 2024.

