Vai al contenuto

Il futuro delle stablecoin secondo Carlo Cottarelli

Il futuro delle stablecoin secondo Carlo Cottarelli

Nella settimana lavorativa che finisce oggi segnaliamo un interessante intervento di Carlo Cottarelli su Sky (22/10) in tema di stablecoin.

Come osservazione generale rileviamo, da parte dell’economista,  quello che pare un cambio di postura rispetto al mondo crypto, anche se magari solo con specifico riguardo alle stablecoin (che ricordiamo essere cryptovalute legate ad una valuta reale, perlopiù il dollaro, e quindi con un valore che fluttua pochissimo rispetto alla parità).

Infatti, il testo, di cui di seguito riportiamo una sintesi e più sotto stralci più completi, espone alcune condivisibili osservazioni sulle stablecoin, abbandonando i toni critici di precedenti interventi.

Ci ritroviamo, peraltro, con molte delle considerazioni che abbiamo a più riprese fatte di passato su questo blog.

In sostanza, Cottarelli esplora l’ascesa delle stablecoin nel contesto del Genius Act approvato a luglio 2025. Si parte dal rilevare che il Bitcoin, nato per contrastare il controllo bancario, offre pagamenti (quasi) anonimi e rapidi, ma la sua volatilità lo ha reso strumento essenzialmente speculativo. Le stablecoin risolvono questo, usando blockchain per transazioni low-cost e veloci, ideali per pagamenti globali.

Tuttavia, persistono rischi: il “counterparty risk”, ovvero l’impossibilità dell’emittente nel garantire la convertibilità nella valuta di riferimento (dollari). Il Genius Act cerca di mitigare ciò imponendo riserve 1:1 in asset liquidi (dollari, Treasury brevi), trasparenza e rendicontazione.

Jean Tirole, Nobel per l’economia, critica su The Economist (29 settembre 2025) la regolamentazione come insufficiente: emittenti meno vincolati delle banche potrebbero camuffare rischi per profitti. Alternative? Valute digitali delle banche centrali (CBDC), senza controparte, ma con possibile debolezze in termini di privacy.

Ci permettiamo di aggiungere un rischio a quelli illustrati da Cottarelli, raramente considerato dalle varie analisi, ossia che le stablecoin, USDT (Tether) e USDC (Circle) fra tutte, a tutt’oggi non si appoggiano ad una blockchain propria, ma sono multichain, ossia girano su altre blockchain di primo livello, Ethereum, Tron e Solana innanzitutto. Ovviamente, ereditandone alcuni profili di rischio.

Stralci dell’intervento: Qual è il futuro delle stablecoin, le cryptovalute dell’era Trump (22 ottobre 2025)

Le “stablecoin”, le cryptovalute che si stanno espandendo rapidamente, soprattutto negli Stati Uniti dopo l’approvazione del trumpiano Genius Act, lo scorso luglio. Per capirne i vantaggi e i rischi, questi ultimi sottolineati dal premio Nobel per l’economia Jean Tirole in un articolo apparso sull’Economist il 29 settembre scorso, occorre fare qualche passo indietro nel mondo dei sistemi di pagamento.

In principio era la banconota, uno strumento di pagamento rapido ed anonimo. Era però scomoda da usare: si poteva smarrire e grandi pagamenti richiedevano valige piuttosto capienti. Questo portò a utilizzare per pagamenti di una certa dimensione gli assegni e, con la digitalizzazione dei pagamenti, i bonifici bancari, con cui si trasferivano depositi convertibili in banconote. All’inizio degli anni ’90 il Cypherpunk Manifesto del matematico di Berkley Eric Hughes denunciava che la digitalizzazione ci avrebbe reso schiavi delle banche perché, queste avrebbero saputo tutto di noi, e, indirettamente, del potere politico colluso con quello finanziario. Da qui nacque l’afflato libertario che portò il mitico Satoshi Nakamoto (chiunque si sia nascosto dietro questo pseudonimo) a sviluppare la prima cryptovaluta, il bitcoin. Questa doveva essere uno strumento di pagamento anonimo tanto quanto la moneta, ma più comodo da usare. Oltre al vantaggio in termini di anonimità sarebbe stato anche più rapido ed economico dei bonifici bancari.

 Il valore del bitcoin aumenta tendenzialmente rispetto al dollaro e alle valute tradizionali, anche perché la quantità di bitcoin in circolazione, per costruzione algoritmica, cresce più lentamente delle transazioni in bitcoin, sicché diventa sempre più raro. Ma, intorno a questo trend, il prezzo del bitcoin in dollari oscilla paurosamente: il bitcoin diventa uno strumento di speculazione, il che ne scoraggia l’uso da parte di chi vorrebbe semplicemente avere un mezzo di pagamento semplice, rapido, a basso costo e anonimo. Da qui nascono le stablecoin, ossia cryptovalute che utilizzano la stessa tecnologia blockchain del bitcoin, ma che sono emesse da intermediari che ne garantiscono il valore stabile rispetto al dollaro (o altre valute).

Risolto ogni problema? Non proprio visto che resta un rischio fondamentale: ossia quello che l’emittente di una stablecoin non sia in grado di garantirne la convertibilità in dollari. L’emittente di una stablecoin riceve dollari in cambio, ma investe questi dollari per coprire i costi operativi e per ricavarne un profitto. La tentazione è di investire in strumenti ad alto rendimento, ma questi sono rischiosi e, se le cose vanno male, l’emittente potrebbe non essere in grado di mantenere il suo impegno di convertibilità. Resta quindi un significativo counterparty risk per le stablecoin, il rischio che la controparte fallisca.

A questo punto interviene il Genius Act regolamentando l’emissione di stablecoin per ridurre il counterparty risk. Per esempio, gli emittenti dovranno  mantenere riserve pienamente corrispondenti (1 a 1) con l’ammontare delle stablecoin emesse, limitando i loro investimenti in strumenti ad alta liquidità/qualità come dollari, titoli del Tesoro a breve, e specifici fondi monetari. Inoltre dovranno rispettare obblighi di trasparenza e rendicontazione.

 Qual è allora il problema sollevato da Tirole? Semplicemente che la regolamentazione introdotta non è sufficiente.

 Si potrebbe obiettare che le stablecoin hanno comunque una loro utilità, tra cui il basso costo e la loro rapidità come strumento di pagamento. Ma perché allora non rafforzare le alternative alle stablecoin, accelerando lo sviluppo, in particolare, delle valute digitali offerte dalle banche centrali che non comportano un counterparty risk. Non c’è una risposta, tranne che gli operatori privati potrebbero non fidarsi dell’impegno di confidenzialità promesso dalle banche centrali

 Vedremo dove porterà il Genius Act, ma c’è un ultimo rischio che va citato, ossia che la regolamentazione delle stablecoin, per quanto insufficiente, fornisca la scusa per richiedere l’intervento dello Stato per compensare le perdite subite se ci fossero incidenti di percorso. Sarebbe una presa in giro del contribuente.

stablecoin
Fear and Greed Index

 

Per un commento