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Le banche hanno baciato il rospo?

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Le banche hanno baciato il rospo?

Carabinieri, Banca d’Italia si dice siano le uniche istituzioni che ancora reggono nel Paese. A questo si aggiunge il San Paolo. Sì, perché per i Torinesi, la Banca (con la B maiuscola) continua ad essere il San Paolo. La fusione con Intesa non li ha sfiorati minimamente. Mia nonna quasi si alzava in piedi al pronunciarne il nome e considerava i risparmi investiti nelle cartelle 4% del credito fondiario San Paolo come messi in un mix fra Fort Knox e gli archivi segreti Vaticani.

Perché raccontiamo tutto questo?

Perché è notizia di qualche giorno fa che il San Paolo, permetteteci di continuarlo a chiamare così, prima banca italiana (ed europea) per capitalizzazione (per innato sabaudo senso del pudore lasciamo fuori dal confronto quelle americane e cinesi) è stata anche la prima banca italiana ad investire in Bitcoin. Intendiamoci, gli 11 (undici)  Bitcoin acquistati, per un controvalore di nemmeno un milione di Euro, non meriterebbero nemmeno la notizia, tanto stanno sotto la soglia di arrotondamento, non si trattasse appunto di Bitcoin. Mai prima d’ora le banche nazionali avevano baciato il rospo. È stata anche pubblicata sorta di disclaimer del CEO di IntesaSanPaolo (qui bisogna chiamarla col nome giusto) C. Messina che pare quasi una excusatio dove afferma che le cryptovalute sono asset rischiosi per investitori professionali etc. etc., e che lui istesso non vi investe … sì, sì, ma come si dice, le motivazioni passano, i fatti restano. Cioè, restano gli 11 Bitcoin acquistati dalla prima Banca europea.

Negli stessi giorni, un’altra notizia, questa volta pubblicata sul Financial Times, ha fatto, su scala globale, il pari con quella nostrana. È una analisi sul (ri)posizionamento dei fondi pensione nordamericani in tema di cryptovalute. E cosa c’è di più naturalmente conservativo e istituzionale di un fondo pensione, dal quale dipende il benessere di tante persone anziane? Se si muovono loro vuol dire che il vento è proprio cambiato e non vene  più in senso contrario. Il punto è riassunto con chiarezza da uno degli intervistati: in generale pensiamo che, nonostante le cryptovalute siano rischiose, nuove e non ancora del tutto collaudate, siano diventate troppo grandi e il loro potenziale sia troppo grande per continuare a ignorarle.

Cosa può voler dire? Che la finanza tradizionale dopo averle ignorate, anzi più che ignorate osteggiate, sta assumendo un atteggiamento meno contrario. Certo il duo Trump-Musk, come dicevamo qualche settimana fa, ci sta mettendo il suo, e, capirai, è un peso tutt’altro che indifferente. E la uscita di scena del Grand’Ostile, Gary Gensler muro di gomma (cfr. post del 29/11/24), da Capo della SEC (la Consob americana) toglie di mezzo un oppositore davvero coriaceo. Vedremo il prossimo, ma il fatto di essere nominato dal Duo dovrebbe riservare poche sorprese quanto a propensione e disponibilità.

Certo vale quanto dicevamo qualche mese fa sull’abbraccio (mortale?) della finanza tradizionale ai Bitcoin ed al mondo crypto in generale. Banche di sistema e fondi pensioni che investono in Bitcoin (o altre crypto) è l’antitesi del pensiero originario di Satoshi Nakamoto, se mai esistito veramente: rendere disponibile un mezzo di pagamento democratico che potesse sottrarsi al giogo dei circuiti bancari tradizionali. E qui non solo non si tratterebbe un mezzo di pagamento mainstream (e per, quanto detto tante volte, almeno i lenti e farraginosi Bitcoin non possono diventarlo) bensì di statica tesaurizzazione di valore, ma sarebbe pure fatto proprio da quella detestata finanza tradizionale che tanto si voleva lasciar fuori.

Le banche hanno baciato il rospo

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