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Wall Street impara ad amare la blockchain (da FT 3/8/26)?

Ne avevamo accennato in conclusione del post della settimana passata riguardo all’articolo su Financial Times del 3 agosto sulla spinta americana verso la tecnologia blockchain ed alle relative promesse e rischi sistemici.

In questo post proponiamo una sintesi dell’articolo.

Dieci anni fa l’Australian Securities Exchange tentò il grande salto. Nel 2016 i suoi vertici annunciarono un piano ambizioso: ricostruire clearing e settlement sulla blockchain, promettendo di portare l’Australia all’avanguardia dell’innovazione nei mercati finanziari. I titoli dei giornali la definirono pionieristica e storica. La tecnologia che alimentava le cryptovalute avrebbe finalmente modernizzato le tubature della finanza tradizionale. Poi arrivarono i problemi di design del software, lo scope creep e una gestione disastrosa. Il progetto naufragò. L’ASX svalutò circa 170 milioni di dollari, si scusò e pagò una multa di 14,5 milioni per aver indotto in errore gli investitori. Diventò un monito: la blockchain era sexy, troppo vicina al mondo crypto e ancora troppo rischiosa per il cuore dei mercati dei capitali.

Quel monito oggi è quasi dimenticato. Secondo il lungo articolo del Financial Times firmato da Nikou Asgari, la stessa tecnologia è tornata in grande stile. Banche, asset manager e borse stanno investendo centinaia di milioni di dollari in progetti blockchain che, a loro dire, trasformano i mercati. Il punto è familiare: costi di transazione più bassi, settlement più rapido, trading 24/7 di quasi qualsiasi cosa. Quello che è cambiato è il clima regolatorio e la pressione competitiva.

Per anni i regolatori trattarono la blockchain come materiale radioattivo perché viveva accanto alle cryptovalute volatili. Quella postura si è ammorbidita. Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha attivamente incoraggiato l’adozione, archiviato cause di alto profilo e installato leadership crypto-friendly alla SEC. Leggi storiche sulle stablecoin e regole più ampie sulla struttura del mercato degli asset digitali hanno dato agli executive regole del gioco più chiare. Framework simili avanzano in UE, Regno Unito, Singapore e altrove. Le autorità accettano sempre più che la tecnologia possa offrire reali vantaggi di velocità ed efficienza. Come ha detto un regolatore: «è così che sarà il mondo».

L’interesse concreto di Wall Street è più ristretto e pragmatico dei vecchi sogni utopici crypto. Il vero gioco è la tokenization: trasformare cash, azioni, bond, commodity e fondi in token digitali che vivono su ledger (perlopiù permissioned). Questi asset tokenizzati possono essere programmati con smart contract così che i dividendi si paghino automaticamente, il collaterale si muova in ore invece che overnight, o il settlement si chiuda in minuti invece che in giorni. Gli intermediari si riducono. Il capitale che restava fermo in attesa di T+1 o T+2 può essere rimesso in circolo quasi subito.

Il denaro tokenizzato è la fetta che cresce più in fretta fra gli asset tokenizzati. Le stablecoin superano già i 300 miliardi di dollari in circolazione e si muovono molto più velocemente di SWIFT (il sistema, a gestione USA, di trasferimenti interbancari internazionali). Le banche sperimentano depositi tokenizzati. Gli asset manager hanno lanciato fondi monetari tokenizzati il cui patrimonio è passato da meno di 4 miliardi all’inizio del 2025 a oltre 16 miliardi. Quello di Franklin Templeton è già usato dai tesorieri corporate che apprezzano il fatto che maturi rendimento anche nei weekend e nei giorni festivi. Larry Fink di BlackRock, il convertito più vocale di Wall Street, paragona, con grande ironia, la dipendenza da SWIFT all’inviare email per posta ordinaria.

Un altra testa di ponte sono i mercati del collaterale. I Treasury tokenizzati possono essere posti e rilasciati per finestre brevi nel mercato repo, liberando capacità di budget. La DTCC, la spina dorsale del settlement americano, sta preparando versioni tokenizzate degli asset che detiene: una mossa che molti considerano un segnale di sistema vero quando partirà più avanti nell’anno.

La trasformazione però è ancora incompleta e i rischi sono reali. Gli asset tokenizzati restano una frazione minuscola dei mercati globali. La liquidità è sottile. Il FMI ha avvertito che i fallimenti sui sistemi blockchain possono propagarsi più velocemente di quanto istituzioni o supervisori riescano a reagire: rischi che un tempo stavano sui bilanci individuali si concentrano ora su piattaforme e codice. Una rivoluzione completa, nota il FT, è ancora a anni di distanza.

La concorrenza accelera i tempi. Le piattaforme di trading crypto dominano già i mercati degli asset tokenizzati e si stanno espandendo in azioni, commodity e private credit con accesso intorno all’orologio. Le firm tradizionali non vogliono cedere la prossima generazione di infrastruttura di mercato. Quindi costruiscono, con cautela, dentro perimetri regolati invece di cercare di sostituire il sistema dall’esterno.

La sintesi è lineare. La blockchain non viene più venduta come la fine di Wall Street. Viene adottata come tecnologia migliore per Wall Street. Il flop dell’ASX ha mostrato cosa succede quando l’hype supera engineering e governance. L’ondata attuale è più sobria, meglio capitalizzata e benedetta da regolatori che sono passati dall’ostilità all’incoraggiamento cauto. Se i benefici di efficienza si materializzeranno su scala e se i nuovi rischi sistemici resteranno gestibili, deciderà se questo romance durerà più a lungo del precedente. Per ora la Street ha imparato ad amare la tecnologia… ma alle proprie condizioni.

asset tokenizzati

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