

VeChain, una blockchain sostenibile con l’accento italiano
Quando in occasioni conviviali si sente parlare di blockchain salta sempre su uno…ah si, i Bitcoin…cadono un po’ le braccia ma sarà capitato a molti…
Invece, la blockchain non è solo Bitcoin. Anzi, a ben vedere, la blockchain del Bitcoin è fra le meno interessanti. Infatti:
- È autoreferenziale, serve solo ai gestire Bitcoin e a null’altro
- È energivora, ossia consuma molta energia per il proprio funzionamento
- Non gestisce gli smart contracts, ossia applicazioni decentralizzate costruite sulla blockchain, alla base del web3.0
- È pesantissima, al massimo gestisce 7 transazioni al secondo a livello worldwide
- Però, ovviamente c’è un però: è in assoluto la blockchain più sicura. Il meccanismo di validazione delle transazioni (consensus Proof of Work) si basa sull’accordo di oltre 13000 nodi, per cui è difficile violare l’integrità di un numero sufficiente a mettere in crisi l’intera blockchain
- La produzione massima di Bitcoin è limitata a 21milioni, di cui la maggior parte è già stata coniata. Per questo e per altri motivi è, di fatto, una crypto deflattiva, che gli ha consentito di assumere la veste di oro digitale
Ci sono molte altre blockchain, anzi probabilmente troppe, che si propongono di ovviare ai difetti di quella Bitcoin. Fra le molte esistenti una, denominata VeChain, in particolare è indirizzata al tracciamento della supply chain dei prodotti e alla sostenibilità in generale.
VET, Blockchain sostenibile
L’idea di base è quella di realizzare uno strumento di tracciamento trasparente del ciclo di vita dei prodotti dalla creazione alla vendita a nuovo e di seconda mano, sino alla sua disposizione finale.
Ha un meccanismo di consensus sofisticato che nelle intenzioni è volto ad essere al contempo sicuro (o perlomeno abbastanza sicuro) e green, ossia consumare pochissima energia.
Si propone di essere il compromesso ottimale fra velocità transazionale e sicurezza dei dati.
Si basa su di un modello di crypto duali (token), una per la trasmissione di valore (cosiddetto utility token, denominato VET), ossia per i pagamenti, un’altra per remunerare i gestori dei nodi per il funzionamento della blockchain (VTHO). È un meccanismo che almeno nelle intenzioni dovrebbe evitare le brusche fluttuazioni dei fees di convalida delle transazioni, tipiche delle altre blockchain (famose quelle di Ethereum)
Ovviamente, come tutte le blockchain di nuova generazione gestisce gli smart contracts.
Insomma, è una blockchain da tenere d’occhio, anche perché iniziano ad esserci alcuni use case interessanti da parte di aziende di rilievo mondiale.
Il White paper 3.0 è scaricabile qui
E, in ultimo, ha un accento italiano, portato da una nutrita presenza di connazionali nel management team, il cui CEO è però di origine cinese.
