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La tokenization degli asset/2

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La tokenization degli asset/2

La settimana passata abbiamo iniziato il nostro viaggio nella tokenization degli asset (beni).

Riprendiamo il concetto per chi si fosse perso la scorsa puntata.

La tokenization degli asset si riferisce all’uso di smart contract e della tecnologia blockchain per rappresentare la proprietà (o altri diritti) di un asset come elemento (token) negoziabile tramite una specifica blockchain. Sebbene più comunemente la tokenization riguardi asset finanziari o comunque fungibili, come azioni, oro, valute, può in linea di principio riferirsi a qualsiasi cosa possieda un valore monetario. La tokenization si può considerare uno degli use case più promettenti della tecnologia blockchain, idealmente riferibile a quasi tutta l’attività economica del pianeta, stimabile in oltre cento T$/anno.

Per essere più pratici, e richiamando l’esempio dell’altra settimana, la tokenization di un’azione permette di negoziarne solo una frazione, la metà, un decimo etc. invece di solo quantità intere come, invece, attualmente possibile in qualsiasi mercato finanziario.

La tokenization di un asset è un processo complesso, non tanto per gli aspetti tecnologici che in una certa misura possono essere semplificati da apposite piattaforme, nascenti o già esistenti, quanto per l’integrazione di differenti competenze e know-how. In ogni caso, sono da prevedere i almeno i seguenti passi principali:

  • Puntuale individuazione e descrizione dell’asset, sia esso, un titolo finanziario, commodities come granaglie, petrolio, oro, opere d’arte o altro.
  • Definizione dello standard tecnologico degli smart contract con i quali creare i token. Questo è un passaggio molto tecnico, ma è evidente che alcuni aspetti vanno definiti e implementati in sede di progettazione. Ad esempio, tornando all’esempio di un titolo azionario, quale è la frazione minima accettabile? Mezza azione, un decimo, un miliardesimo o ancora più granulare? Per esempio, un miliardesimo renderebbe il titolo molto liquido, ma per contro non sarebbe di pratica gestione nelle votazioni delle assemblee degli azionisti. Insomma, vanno definite le regole di funzionamento dei token.
  • Scelta della blockchain sulla quale implementare la tokenization. Può essere pubblica e aperta (permissionless), come ad esempio Ethereum, che fa della gestione degli smart contract il suo punto forte, oppure privata e controllata dall’emittente. E’ chiaro che se si tratta di una istituzione primaria potrà optare per la seconda, cioè utilizzare una blockchain gestita in house, mentre un organizzazione meno nota potrà meglio indirizzarsi su una blockchain pubblica che, magari a prezzo di un maggior costo, può garantire all’utente finale una maggior sicurezza e trasparenza. Sulle diverse caratteristiche della tecnologia blockchain avevamo dedicato un post alcuni mesi fa.
  • Implementazione del controllo sulla reale disponibilità degli asset associati al token. Questo è chiaramente un punto nodale di tutto il processo, in quanto tutto si regge sulla garanzia di una puntuale esistenza e disponibilità degli asset tokenizzati. Cioè se si tokenizza un kg di oro, l’intero processo deve garantire che quel kg di oro esista effettivamente e che sia disponile. Qui assumono rilevanza, per alcune casistiche di asset tokenization, i cosiddetti Oracoli, di cui abbiamo parlato alcune settimane fa.
  • Gestione della sicurezza, in particolare riguardo a prevenire il mining indebito di token senza asset sottostanti. E’ il complemento del punto precedente, che guardava al sottostante, mentre questo guarda al token. Due punti di osservazione diversi, ma che mirano allo stesso aspetto core: garantire che ai token sia effettivamente associato l’asset di riferimento.


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