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APY, conosciamo il tasso di rendimento del Web3

APY, APY, conosciamo il tasso di rendimento del Web3

La cultura (o meglio si dovrebbe dire l’ignoranza) finanziaria è uno dei punti deboli del nostro Paese che pone tante persone ammutolite in balia del funzionario di banca di turno (o similare). Tasso di interesse semplice, capitalizzazione composta, tasso effettivo globale (TAEG) sono purtroppo ancora temi arcani per molti.

Figuriamoci poi l’APY, Annual Percentage Yield in inglese, rendimento percentuale annuo, in italiano. In effetti è più semplice di quel che sembra in termini finanziari, più insidioso in termini di comunicazione e di comprensione.

La base di partenza è l’interesse composto, nel quale la capitalizzazione avviene normalmente su base annua. Se metto 100€ al 5%, alla fine del primo anno avrò 105 e se li lascio investiti (capitale + interessi), il secondo anno avrò 110.25 e così via.

L’APY non è altro che una generalizzazione del concetto di capitalizzazione composta, nel quale la capitalizzazione avviene su base più frequente rispetto all’anno. Il punto cruciale è però come viene espresso, o meglio pubblicizzato in logica di marketing, il tasso di interesse applicato. Vedremo più sotto in che modo può essere utilizzato in modo artato e fuorviante, anche se generalmente non in modo drammatico.

Torniamo al nostro caso di prima, ma con capitalizzazione mensile in luogo della annuale.

Il tasso applicato sarà 5%/12=0.4167%. E quindi la formula di capitalizzazione sui 12 mesi sarà: 100*(1+0.4167%)^12≈ 105.12. Se ripetiamo l’esercizio pensando ad una capitalizzazione giornaliera si arriva a 105.13. Quindi il tasso APY è superiore a quello nominale quanto più è frequente la capitalizzazione. nel nostro caso rispettivamente 5.12% e 5.13% rispettivamente su base mensile e giornaliera. Certo la differenza in questi casi non è molta, ma ma può diventare interessante su frequenze di capitalizzazione elevata o investimenti più lunghi (ricordando le parole di Warren Buffet: la capitalizzazione composta è un dono di Dio).

La frequenza di capitalizzazione può assumere valori impensabili nel mondo tradizionale. Oltre a mesi e giorni, tutto sommato ancora ragionevoli, può assumere frequenze nell’ordine delle ore o addirittura dei secondi, qualora sia ancorata ai tempi di validazione dei blocchi in una blockchain (12 sec. ca. per Ethereum).

In termini più generali: APY = (1 + r / n)^n – 1, nella quale r=è il tasso d interesse e la frequenza di capitalizzazione.

Si potrebbe portare il ragionamento al limite, ipotizzando una capitalizzazione istantanea, ma qui le cose si complicano, non si parla più di tasso di interesse, ma di intensità di interesse e la matematica si fa ostica.

APY e finanza decentrata (DeFi)

Ma qual’è la ragione di questo lungo preambolo? La ragione è che l’APY è sempre più utilizzato, al posto di logiche di capitalizzazione più tradizionali, in ambito i DeFi, la cosiddetta finanza decentrata (Decentralized Finance vs. TradFi, Traditional Finance), ossia quella che fa riferimento a blockchain e cryptovalute per le operazioni di finanza.

I motivi di questa scelta in ambito DeFi sono sostanzialmente tre, sempre avendo presente che, al pari della finanza tradizionale, anche la DeFi non è popolata da disinteressati benefattori.

1. Marketing

Pubblicizzando il tasso APY, il nostro 5% degli esempi precedenti, si nasconde che di fatto il tasso di interesse applicato nei periodi di capitalizzazione (mesi o giorni o anche meno) è effettivamente minore. Su 12 mesi, APY al 5% corrisponde ad un effettivo 4.889%, che un pò di meno del 5% in effetti lo è, e che suona molto meno attraente di un 5% secco.

2. Convenienza economica per frazioni di anno (per chi paga, non per chi riceve)

La finanza DeFi ha tempi molto più rapidi rispetto a quella tradizionale. Difficilmente si lasciano capitali investiti per un anno intero. E allora, mentre in corso d’anno la capitalizzazione tradizionale cresce in modo lineare, in quella frazionaria cresce secondo un’esponenziale che incontra quella lineare solo allo scadere dell’anno. Modo complicato per dire che, se si interrompe l’investimento prima di un anno, con la DeFi si prendono meno soldi (non tantissimi, ma un po’ sì) rispetto alla tradizionale.

3. Adattabilità alla dinamica DeFi

Tempi di capitalizzazione così rapidi si prestano bene a gestire i tempi di una finanza decentrata dove I rendimenti fluttuano notevolmente in base alla domanda/offerta, alle emissioni di token, all’utilizzo della liquidità e agli incentivi per attrarre depositi.

In definitiva, l’APY è diventato il parametro di riferimento nella DeFi perché l’ecosistema è ottimizzato per una capitalizzazione rapida e automatica sul lato dei guadagni, dove un rendimento effettivo più elevato e accurato aiuta i protocolli a competere per il capitale. L’APY fornisce agli utenti il ​​numero che meglio corrisponde alla realtà, e quello che appare più attraente.

APY DeFi

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